SENTIERI TRA CINA E OCCIDENTE*
‘Tai Chi, Poematica del Principio’
di Massimo Mori

Amina Crisma

 

Amina Crisma (Filosofie dell’Asia Orientale – Università di Bologna) | 2 Febbraio 2019 |

Questo libro singolare in cui l’autore – medico, maestro di Taijiquan, poeta e artista – compendia esperienze, letture e riflessioni di una vita induce a una rinnovata attenzione a motivazioni, modalità, declinazioni e prospettive di un incontro interculturale con le risorse della Cina antica, indicando un percorso distante dai facili consumi di esotismo oggi diffusi, e imperniato invece su “una semplicità difficile a farsi”.
Da tempo la rivista Inchiesta dedica attenzione ad alcuni aspetti delle molteplici attività di Massimo Mori – medico, maestro caposcuola di Tai Chi Chuan (taijiquan), l’antica arte marziale cinese da lui praticata da quarant’anni e per la prima volta incontrata nella Hong Kong degli anni Sessanta, poeta, artista visivo, direttore per oltre un ventennio degli Incontri letterari al Caffè Giubbe Rosse di Firenze, e promotore di iniziative culturali quali i convegni intitolati “Tra Terra e Cielo, l’arte del Taijiquan” e “Pianeta Tai Chi” i cui atti sono apparsi su Inchiesta in due cospicui dossier da lui curati (n. 181/2013 e n. 196/2017). Il secondo conteneva fra l’altro un articolato intervento di Franco Cracolici, medico agopuntore, fondatore e presidente dell’associazione culturale “La Compagnia del Tao”, direttore della Scuola di Agopuntura della città di Firenze e docente di Medicina Tradizionale Cinese in varie Università e scuole.
Si segnalava così ai lettori l’originalità di un versatile percorso capace di interpretare, di coniugare, di riformulare creativamente discipline diverse, saldando in un’unica esperienza la pratica e l’insegnamento del Taijiquan e del Qi Gong a interessi scientifici, terapeutici, filosofici, letterari, a una riflessione in chiave sapienziale suffragata da un vasto ventaglio di frequentazioni di testi antichi e moderni, cinesi e occidentali: un percorso di crinale, insomma, il cui intento programmatico si può emblematizzare nel nome – Nuovo Orizzonte Olistico – della scuola fondata da Mori a metà anni Novanta.
Tale originale esperienza, alimentata da una multiforme erudizione che attinge ai più vari riferimenti – da Eraclito a Han Feizi, da Bernardo di Chiaravalle a Mallarmé, da Jung a Gao Xingjian, da Michelstaedter a Li Zehou, da Kraus a Jankélévitch, da Lucrezio a Lu Xun, solo per citarne alcuni – viene qui compendiata nel denso volume, Tai Chi (Taiji), Poematica del Principio in cui si può scorgere innanzitutto una sorta di autobiografia intellettuale dell’autore, la descrizione di un personale cammino che dalla prima pagina enuncia, richiamandosi al Jack Kerouac di On the Road, la necessità del camminare: “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”, e delinea inoltre, evocando da un lato Nietzsche, e dall’altro Simone Weil, le modalità del proprio procedere, ossia di un “sentiero laico aperto a ogni versante”, che tuttavia “attraversa un’osservata spiritualità, riferibile a radici e indicazioni etiche comuni non estranee al pensiero del Tao”: “Le tracce non indicheranno una direzione, poiché i versanti sono molteplici, ma da lui curati (n. 181/2013 e n. 196/2017). Il secondo conteneva fra l’altro un articolato intervento di Franco Cracolici, medico agopuntore, fondatore e presidente dell’associazione culturale “La Compagnia del Tao”, direttore della Scuola di Agopuntura della città di Firenze e docente di Medicina Tradizionale Cinese in varie Università e scuole. Si segnalava così ai lettori l’originalità di un versatile percorso capace di interpretare, di coniugare, di riformulare creativamente discipline diverse, saldando in un’unica esperienza la pratica e l’insegnamento del Taijiquan e del Qi Gong a interessi scientifici, terapeutici, filosofici, letterari, a una riflessione in chiave sapienziale suffragata da un vasto ventaglio di frequentazioni di testi antichi e moderni, cinesi e occidentali: un percorso di crinale, insomma, il cui intento programmatico si può emblematizzare nel nome – Nuovo Orizzonte Olistico – della scuola fondata da Mori a metà anni Novanta. Tale originale esperienza, alimentata da una multiforme erudizione che attinge ai più vari riferimenti – da Eraclito a Han Feizi, da Bernardo di Chiaravalle a Mallarmé, da Jung a Gao Xingjian, da Michelstaedter a Li Zehou, da Kraus a Jankélévitch, da Lucrezio a Lu Xun, solo per citarne alcuni – viene qui compendiata nel denso volume, Tai Chi (Taiji), Poematica del Principio in cui si può scorgere innanzitutto una sorta di autobiografia intellettuale dell’autore, la descrizione di un personale cammino che dalla prima pagina enuncia, richiamandosi al Jack Kerouac di On the Road, la necessità del camminare: “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”, e delinea inoltre, evocando da un lato Nietzsche, e dall’altro Simone Weil, le modalità del proprio procedere, ossia di un “sentiero laico aperto a ogni versante”, che tuttavia “attraversa un’osservata spiritualità, riferibile a radici e indicazioni etiche comuni non estranee al pensiero del Tao”: “Le tracce non indicheranno una direzione, poiché i versanti sono molteplici, ma porteranno al ‘principio’ rivelando la modalità del camminare, del procedere, senza adesione pedissequa alle aree specialistiche e ai campi culturali attraversati.”1
Si disegna così fin dall’incipit l’originale costruzione di questo libro, che si svolge interamente intorno a un centro che viene raramente tematizzato altrove, mentre invece abbondano le trattazioni riferite a un termine notissimo e ampiamente divulgato che vi è connesso, Tao/Dao: il principio Tai Chi (Taiji) enunciato nel titolo, ossia “il principio normativo o realtà ultima, che è insieme base e vertice dell’esistenza delle diecimila cose”, presente e operante nella realtà e al contempo cardine e cuore segreto di tutto un complesso di pratiche psicofisiche di coltivazione interiore, rappresentato nella letteratura della Cina antica come trave di colmo, e al tempo stesso come estremità, come polo; rinvio in proposito alle limpide pagine che vi dedica Anne Cheng nella Storia del Pensiero Cinese.2 E tuttavia, il volume si rifiuta di configurare un impianto codificato, un’analisi compilatoria ordinata, un’esposizione lineare, per procedere invece “in modo frastico, disseminato e alluso”, facendo largo ricorso “al linguaggio figurato, alle considerazioni trasversali, multidisciplinari, comparatistiche”, e a una fittissima trama di rinvii, di evocazioni, di citazioni, tratte da uno sterminato repertorio letterario, orientale e occidentale.
Questa scelta stilistica ne fa, indubbiamente, un libro impervio, della cui difficoltà l’autore è consapevole, e che egli anzi rivendica esplicitamente, come necessaria distanza dal “lessico divulgativo di messaggi falsamente semplici, espliciti o subliminali, che inquina consumatori inconsapevoli”. Non si tratta certo per lui di un vezzo estrinseco, bensì di una necessità intrinseca: come egli dichiara, “difficoltà e complessità saranno da affrontare per giungere ad una semplicità consapevole”. Questa espressione, noto en passant, mi sembra significativamente affine alla celebre formula di Bertolt Brecht sulla “semplicità difficile a farsi”: un bel motto, adatto a descrivere non una mera istanza letteraria, ma uno stile di vita che incarna non solo un’estetica, ma un’etica alquanto controcorrente rispetto al vacuo semplicismo ostentato da tanta fragorosa retorica oggi predominante.
Tale peculiarità del volume è stata efficacemente colta, ad esempio, da Marco Palladini, che nella sua brillante recensione uscita sulla rivista in rete Malacoda (anno IV n.7/2018) lo definisce “un libro-summa da studiare e da meditare più che da leggere… un libro ‘liquido’, per dirla alla Bauman, o un libro reticolare, come rete di reti di vari saperi, ovvero un libro sapienziale dove tutto fluisce: il sapere del Tai Chi si connette con il sapere della poesia che si interfaccia con il sapere della filosofia che si intreccia con il sapere della scienza… in una straordinaria e felice ibridazione”. Tale molteplicità è ricondotta “entro un’unica sfera di sapienza declinata come ‘Poematica del Principio’, ovvero conoscenza pratica, poiein meditativo del processo lungo la direttrice del Tao/Dao, la Via per la autorealizzazione del sé (e di sé). ”Dal canto mio, lascio senz’altro al lettore il compito di districarsi fra le innumerevoli suggestive diramazioni di cui abbonda questo sentiero multiverso, e di decrittarne le molteplici e complesse risonanze, delle quali è impossibile dare un’immagine anche solo approssimativa nel ridotto spazio di queste brevi pagine. Si tratta di un testo che, analogamente ai classici cinesi frequentati dall’autore, non si lascia catturare e descrivere da una lettura sequenziale, ma che credo convenga affrontare in un percorso, per così dire, a spirale, a zigzag, girovagando anche a ritroso, e cercando così di coglierne determinati motivi salienti e ricorrenti. Mi limito dunque a segnalarne qualche aspetto, fra molti, che mi appare di speciale interesse, sottolineando una volta di più che la sua originalità non include solamente i temi proposti, ma ne coinvolge la stessa costruzione. La sovrabbondanza di riferimenti e di richiami presenti nelle sue pagine è tutt’altro che estrinsecamente esornativa, bensì rinvia a una necessità intrinseca, direi strutturale: il tipo di riflessione che qui si esprime si ispira, mi sembra, a quelle che io chiamo “modalità commentariali del pensiero”, ossia a quello stile filosofico che procede in un incessante dialogo esegetico con altri testi, e che annovera fra i suoi più celebri e classici esempi il commento al Laozi di Wang Bi (III secolo d.C.). Tale modo di procedere, a mio avviso, molto più di quello di trattati costruiti su definizioni astratte e sulle tecnicalità di certa filosofia occidentale moderna, è in grado di corrispondere allo spirito e alla lettera di antiche tradizioni sapienziali – cinesi, e non solo – come da tempo vado sostenendo in vari miei libri, scritti e interventi.3 Fra gli esempi contemporanei di tale stile peculiare qui impiegato, non molto frequentato e direi anzi decisamente inattuale in un’epoca come questa, i cui linguaggi dominanti mostrano tutt’altro genere di propensioni, ricorderei innanzitutto quello di Pier Cesare Bori. La sua ricerca di consenso etico fra culture e la sua convinzione che “la scrittura cresce con chi legge” (ben note ai lettori della rivista Inchiesta, che vi ha dedicato un’ampia sezione sulla versione online, e che di recente ha ricordato fra l’altro le sue pregnanti riflessioni interculturali sui diritti umani) vengono più volte evocate nelle pagine di Mori, sia direttamente sia attraverso riferimenti a caratteristici temi di Simone Weil, come il paradossale “ogni religione è l’unica vera”, che Bori ha contribuito in misura rilevante a porre all’attenzione.4
Sullo sfondo di Tai Chi si coglie dunque la presenza di un orizzonte di “universalismo pluralistico” o “universalismo contestuale” che si richiama esplicitamente, fra molte altre, a tali elaborazioni, nelle quali si afferma sia la fondamentale unità della dimensione sapienziale che accomuna culture diverse, sia l’insopprimibile e irriducibile pluralità dei loro linguaggi. Detto questo, tuttavia il modello per certi versi più affine alla sensibilità che ispira le pagine di Mori, sia sul versante tematico sia su quello stilistico ed espressivo, mi sembra soprattutto quello di François Cheng, poeta, romanziere, saggista, calligrafo, grande maestro di interculturalità, accademico di Francia, nato nel 1929 in Sichuan e residente in Francia dal 1949.5 Penso, in particolare, a certe intense pagine del suo romanzo autobiografico Le dit de Tianyi (1998); Le parole di Tianyi, 2000) in cui si incrociano le letture del Laozi, di Dante e di Rimbaud, e più in generale all’atteggiamento di fondo verso la vita e il mondo che vi è sotteso, e che si può riassumere nella formula “è perché c’è l’acqua che noi abbiamo sete”.6 Non mi sembra in questo senso casuale che L’Écriture poétique chinoise (1977), una delle sue opere più famose, compaia in Tai Chi come riferimento particolarmente pregnante; e tuttavia, la propensione apollinea alla misura e all’armonia che caratterizza la prosa di François Cheng, e che è pure l’istanza cruciale, etica ed estetica, del percorso di Tai Chi, appare qui costantemente affiancata dall’esuberanza di un linguaggio evocativo che per certi versi riporta alla mente le suggestioni del Finnegans Wake di James Joyce. In questo volume, insomma, la sperimentazione espressiva è un aspetto tutt’altro che secondario, che si realizza nell’ibridazione e nella contaminazione di linguaggi diversi, dislocandosi in varie forme e modalità non soltanto sulla direttrice Oriente/Occidente, ma anche su quella Antico/Moderno, per cui l’uno e l’altro non sono spazi separati e contrapposti, ma sono fatti costantemente e dialetticamente interagire.
Questo gioco peraltro non è affidato a una gratuità arbitraria e meramente suggestiva, ma si fonda su un solido impianto di letture e studi rigorosi. In tal senso, un elemento a mio avviso tutt’altro che secondario del libro è il suo tener conto di diverse acquisizioni della sinologia contemporanea (atteggiamento, questo, che è dato piuttosto raramente riscontrare al di fuori dell’ambito degli studi specialistici).
Insomma, non si percepisce per nulla qui quel disprezzo per la filologia che viene non di rado ostentato da un certo comparatismo à la page assai diffuso e proclive a un facile consumo di orientalismi, ma si rivela invece un attento interesse per i risultati più recenti (e meno popolari) dei laboriosi cantieri dei filologi. Si offrono così letture limpide e aggiornate in base a interpretazioni attuali sia dello Yijing, il Classico dei mutamenti, sia del Laozi o Daodejing, i due celebri classici a cui sono dedicati due capitoli fondamentali del libro; ad essi inoltre si affianca sovente il riferimento al Neiye, antica fonte taoista la cui riscoperta costituisce una conquista rilevante degli studi odierni (come sanno i lettori di Inchiesta, che ha ospitato in proposito vari interventi).7
Se dunque, mi pare, questo libro ribadisce l’importanza di un approccio rigoroso, critico e pienamente consapevole ai testi, e alla complessità e difficoltà del lavoro ermeneutico che su di essi si svolge, d’altro canto ci rammenta che il rapporto con essi, per quanto ineludibile e fondamentale, non è peraltro un fine in sé, ma un tramite: è, riprendendo una metafora cara ai testi cinesi antichi, taoisti e non solo, un alimento per nutrire la vita. Come le fonti classiche a cui Tai Chi Poematica del Principio si ispira, e come ci ha ricordato di recente fra l’altro un grande sinologo contemporaneo, Michael Puett,8 questo libro di Mori ci rammenta che i testi rinviano non a un ambito meramente e astrattamente intellettuale, ma a una corposa globalità dell’esistenza, in cui le parole valgono in quanto additano una dimensione di esperienza che è anche al di là (o al di qua) delle parole, e in cui le pratiche, i saperi del corpo e della mano, la gestualità silenziosa, l’esemplarità vivente hanno un ruolo essenziale.
In questo ideale onnicomprensivo di coltivazione di sé, se certamente si riconosce l’impronta dell’antico modello cinese delle Cinque arti, che includevano la calligrafia come il tiro con l’arco, si può intravedere anche un modello di paideia integrale di ascendenza rinascimentale (un riferimento, questo, non peregrino, per un autore che è fiorentino di adozione, e la cui fiorentinità non è certo, mi pare, un accessorio secondario). Sarebbe dunque a mio avviso fuori luogo ricondurre questo libro così singolare entro i risaputi binari di una vieta stereotipia improntata a una contrapposizione schematica Cina/Occidente, ossia “all’inerzia narcisistica dell’opposizione dualistica”, come efficacemente la stigmatizza Anne Cheng,9 esso invece mi sembra additare, al di là di molte, ben note e ineludibili differenze, tutto un fertile e plurale terreno di convergenze inedite, di spazi di conversazione e di sorprendenti interazioni da scoprire.


*Estratto dalla rivista “Inchiesta”, www.inchiestaonline.it,
2 Febbraio, 2019

 

NOTE

 

1 Massimo Mori, Tai Chi, Poematica del Principio, Editrice Caliel, 2018, Edizioni Clichy, 2020, p. 34.
2 Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, trad. e cura di Amina Crisma, Einaudi 2000, pp. 278, 338, 455-57, 463-67.
3 A questa prospettiva che attraversa tutto il mio lavoro sono specificamente dedicati miei libri, come Neiye (Garzanti 2015) e Confucianesimo e taoismo (Emi 2016), miei contributi a volumi collettanei, come “Sinologia e filosofia, confronto con la Cina e riflessione interculturale”, in La filosofia e l’altrove, (a cura di Emanuela Magno e Marcello Ghilardi, Mimesis 2016, pp. 189-205), e vari altri miei interventi apparsi su riviste (ad es. “Ma dove sta la Cina, filosoficamente parlando? Pensiero occidentale e pensiero cinese a confronto in Essere o vivere di François Jullien”, Inchiesta, anno 46 n. 194, ottobre/dicembre 2016, pp. 78-80 (anche in www.inchiestaonline.it 12 ottobre 2016).
4 “Pier Cesare Bori e la rivista Inchiesta”, www.inchiestaonline.it; Amina Crisma, “La questione dei diritti umani nel pensiero di Pier Cesare
Bori”, Inchiesta n. 202/2018 (anche in www.inchiestaonline.it 10 dicembre 2018).
5 Per un suo sintetico profilo rinvio ad Amina Crisma, “Interazioni intellettuali fra Cina e Occidente”, in G. Samarani, M. Scarpari (a cura di), La Cina. Verso la modernità, Einaudi 2009, pp. 859-881.
6 François Cheng, Le parole di Tianyi, Garzanti 2000.
7 Si vedano gli interventi sul Neiye di Maurizio Scarpari, Giangiorgio Pasqualotto, Vittorio Capecchi, Nicola Gasbarro su www.inchiestaonline.it del 2016/2017.
8 Michael Puett, insieme a Christine Gross-Loh, La Via, un nuovo modo di pensare qualsiasi cosa, Einaudi 2017.
9 Anne Cheng, La Chine pense-t-elle?, Collège de France/Fayard 2009.

 

Amina Crisma: docente di Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna. È nel comitato scientifico della rivista ‘Inchiesta ’, collabora con le riviste: ‘Sinosfere ’, ‘Études interculturelles ’, ‘Cosmopolis ’, ‘Prometeo ’, ‘Parolechiave ’, ‘Giornale critico di storia delle idee ’; ha fatto parte della redazione della rivista di filosofia interculturale ‘Simplegadi ’.
Ha approfondito e promosso gli studi interculturali della Cina contemporanea tra modernità e tradizione. È esponente di riferimento per le reinterpretazioni letterarie e filosofiche delle fonti antiche del pensiero cinese. Ha evidenziato le potenzialità attuali per un orizzonte culturale condiviso tra estremo Oriente ed estremo Occidente.
Tra le pubblicazioni: ‘Il cielo, gli uomini. Percorso attraverso i testi confuciani dell’età classica ’ (Cafoscarina, 2000), ‘Conflitto e armonia nel pensiero cinese dell’età classica: il Trattato sui Riti di Xunzi ’ (Unipress, 2004), ‘Neiye. Il Trattato dell’armonia interiore ’ (Garzanti, 2015), ‘Confucianesimo e Taoismo ’ (Emi, 2016), ‘Meditazione taoista ’ (Corriere della Sera, 2020).