VERSO EURASIA*

Poematica del Principio
in Massimo Mori

Ernestina Pellegrini

     Ci sono voluti molti anni di studio, di meditazione e di pratica Tai Chi perché Massimo Mori portasse a compimento il suo rapsodico, monumentale, affascinante trattato intitolato Tai Chi. Poematica del Principio. Il libro che approssimativamente ho definito un trattato, in realtà non è classificabile, perché coniuga una erudizione invidiabile a una libertà creativa, meditativa ed espositiva ai limiti della poesia. Le frasi, le riflessioni, le citazioni, le illuminazioni affiorano e intersecano infiniti percorsi disciplinari per aprire un orizzonte comparatistico, tra Oriente e Occidente, che sfugge a qualsiasi specialismo. Un labirinto che cattura e non annoia mai, un caleidoscopio filosofico, sospeso tra linguaggio scientifico e estro poematico. L’autore compie anche una operazione metaletteraria perché arricchisce il libro di un continuo commento, fornendo qua e là una guida di attraversamento. Basti un semplice passaggio del primo capitolo:
     “Differenti poetiche vengono declinate per versanti ed estetiche disarticolate tra loro ed a volte opposte. La struttura dinamica del principio superiore Tai Chi, nella rappresentazione pittografica d’un pensiero per immagini, ha la valenza d’un poema complessivo e comprensivo, d’un mutante caleidoscopio integrativo, ed è rappresentativa del pensiero tra filosofia e scienza come ‘eterna ghirlanda brillante’, per usare una definizione di Douglas R. Hofstadter nel suo libro Gödel, Escher, Bach (1979).
Tra rappresentazione ideografica, linguaggio verbale, scrittura alfabetica e simbologia matematica è la prima a riassumere la potenzialità della poesia. Potenzialità comune ai colori e alla musica, vaga e solubile nell’aria “senza nulla in sé”, come ha scritto Verlaine in Art Poétique (1882): “che pensi o posi”. Pittografia ideografica dove il contenuto simbolico annulla i tempi della verbalizzazione delle lingue e delle scritture alfabetiche indoeuropee: passato remoto, futuro, presente, passato prossimo, futuro anteriore… ed è il semplice ‘infinito’ a contenerli tutti in una rappresentazione spaziale d’un perenne cangiante presente, d’un continuo cambiamento. Questo rafforza e non annulla un’opportuna rilettura storicistica delle vicende dell’uomo e dell’umanità, ma ne costituisce il ‘sale’, il ‘sapore-sapere’, il consistente ‘filo invisibile’ che le tiene insieme nel perdurante divenire, oltre la continuità temporale e la contiguità spaziale”.
     Un libro complesso e insieme semplice, che mette a specchio natura e cultura, una enciclopedia tascabile personale (ma anche un libro sapienziale) che si apre con l’immagine del cane Dik che corre incontro allo scrittore in giardino e si chiude – terminato il tempo della scrittura – col ritorno alla pratica silenziosa del Tai Chi, sotto l’albero delle albicocche, alla cui ombra giace Dik, tornato nel grembo dell’accogliente terra (“…e quanto mi manca”). Un elogio e un’elegia al Divenire con implicazioni biografiche inevitabili – come spiega la clausola messa in calce, a commentare una bella fotografia dell’autore, attraverso una citazione da La tradizione non è tradizionale di Antonio Castronuovo: “Resta inteso che la biografia di un autore è fondamentale. Non appartengo a chi spasima per l’art pour l’art, non mi convince chi sostiene che un’opera sia avulsa dalla vita di chi l’ha prodotta. Ma proprio la biografia torna utile per capire che l’opera è una scena di variazione e correzione: se accetto di valutare un’opera collocandola nel ventre di una biografia, devo anche accettare che ci sia il mutamento e la diversità. Esiste insomma il divenire…” (In “Ali”, n. 2, 2009). Allora forse è lecito leggere questo libro rizomatico di “marginalità centrali” come un esercizio autobiografico e come una guida per il lettore a vivere con più leggerezza e consapevolezza, al di fuori della macchina terminale d’una civiltà occidentale che si autodistrugge. Dentro questo libro c’è intero il suo autore, coi suoi diversi saperi e le sue disparate, tutte felici, esperienze: c’è il medico che conosce la medicina orientale e quella occidentale, c’è il radiologo che legge le ombre dei nostri organi interni, coi suoi studi di psicologia e di ipnosi; c’è il Maestro di Tai Chi Chuan e Chi Kung, praticati sin dal 1978, che ha fondato a Firenze nel 1996 la scuola di ‘Nuovo Orizzonte’ ; e c’è poi, in primo piano, lo scrittore che si occupa da sempre, parallelamente alla medicina e al Tai Chi, di poesia intermediale (visiva, sonora e performativa), il vivace, generoso intellettuale che negli anni Ottanta ha fondato il movimento Ottovolante, le cui attività ha compendiato nel volume ‘Il circuito della poesia’ (Editore Manni, 1997; un libro che recensii subito con grande entusiasmo e che valse l’inizio di un’amicizia). Dal 1989 al 2013 Mori ha diretto gli ‘Incontri Letterari’ allo storico Caffè delle ‘Giubbe Rosse’ – quante cose abbiamo fatto insieme lì, con altri amici cari come Stefano Lanuzza e Idolina Landolfi – e ha organizzato dieci edizioni del festival di poesia ‘A + voci’. Credo che Massimo Mori tenga molto a questa sua riflessione filosofica profonda e insieme “fuggitiva”, mobile e trascolorante intorno alla Poematica del Principio, una summa che traccia un “sentiero laico” sulle orme delle proprie esperienze esistenziali, un viaggio che ha voluto metaforicamente racchiudere in una citazione posta quasi in exergo da On the Road di Jack Kerouac (come un marchio generazionale): “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”. Altri hanno letto e recensito questo libro con competenze diverse, magari con lo sguardo dell’orientalista – come ha fatto per prima Amina Crisma, che insegna Filosofie dell’Asia orientale all’Università di Bologna, in un saggio davvero illuminante e insuperabile – mentre io, questo libro intrigante, l’ho gustato da comparatista, prima di tutto come un’autobiografia obliqua e poi quasi come un romanzo autobiografico, vedendo nell’indice dei nomi senza l’indicazione delle pagine la segnalazione di tanti personaggi che compaiono e scompaiono con le loro voci polifoniche ad arricchire un quadro a-gerarchico che cambia continuamente lo scenario d’insieme, come le quinte di un teatro del Nō: dalla filosofia cinese alla fisica quantistica, dalla filosofia alla poesia, dalla pratica delle arti marziali alla metafisica e così via. Il lettore deve sedere sulle rive di un fiume di scrittura, per vedere passare pensieri, frammenti di testo, nomi, persone conosciute, persone sconosciute, autori amati, scrittori detestati, aforismi, ricordi, massime di vita a cui attenersi (se vuole). L’impressione che ho sempre avuto di Massimo Mori come persona e di questo libro oggi, è di felicità. L’arte del saper vivere.
Frutto di una pratica esperienziale, insieme logica e artistica, il libro (dalla elegante grafica) risulta alla fine – come suggerisce l’autore stesso, del resto – una “filoillogica dissertazione” al contempo poetica e scientifica, una filosofia pratica “ordinata in modo frastico, disseminato e alluso”, da cui si lascia “intuire” e “immaginare” la visione olistica riconquistata, predicata e imperante che permette[rebbe] a ognuno di noi di scivolare dentro il proprio destino combinando meno danni possibili. Tutto sembra irraggiare da un centro che è ovunque ma che non si raggiunge mai (grande lezione). Così Mori indica, in punta di piedi, la strada: lo fa attraverso lo studio della dialettica e della complementarietà degli opposti (Yin e Yang), attraverso il Libro dei Mutamenti, suggerendo l’accettazione della impermanenza, il lasciarsi andare alle divagazioni nella via e nella virtù del Tao Te Ching. Ci parla della fenomenologia taumaturgica del riso e dell’ironia, nonché ci spinge verso la scelta di esercitare l’intelligenza del cuore. Così Massimo costruisce la propria narrazione, conducendo il lettore dentro le complesse vie della teoria degli insiemi (di Georg Cantor), della linguistica (da de Saussure a Noam Chomsky), del pensiero buddista e di una “teleologia non teologica della natura”. Il fine? Una comparazione unificante. In tempi di regolazione algoritmica si rilancia un salutare elogio della fantasia e dell’immaginazione:
     “Fantasia e immaginazione sono estranee e non formulabili nel linguaggio algoritmico, che segue invece una distribuzione in grado di risolvere un problema con una calcolabilità statistica programmata. La comparazione unificante ha radici nelle filosofie antiche orientali e occidentali (Parmenide, Eraclito, Platone, Anassimandro, Buddha, Lao Zi, Confucio…), attraversa i secoli con Lucrezio, Spinoza, Bruno, Newton, Cusano, Meister Eckhart, e ramifica fino a pensatori della modernità: Russell, Monod, Needham, Watts, Weil e molti altri. Si è sviluppata una visione olistica di saggezza dove dal micro al macrocosmo ogni essere, ogni elemento fa parte d’un sistema totale: la ‘natura’ in evoluzione trasformativa alla quale conformarsi”.
     Il taoismo consiglia l’adesione dell’uomo ai mutamenti della natura. Invita all’esserci, a non temere la fine. Tommaso Landolfi, in una memorabile pagina di diario si chiedeva perché doveva considerare la propria morte qualcosa di diverso e di più doloroso dello sfiorire delle acacie del suo giardino. La saggezza di Massimo Mori, il suo pensiero poetante, è lontano dalle stucchevoli e superficiali teorie new age, anche se rimane orgogliosamente radicato nella prassi rivoluzionaria degli anni Sessanta-Settanta dell’Immaginazione al Potere”, mentre mostra la sconfinata rete multidimensionale di reti relazionali fra tutto ciò che esiste dentro un universo olografico che difende le biodiversità e le antropologie altre: “la saggezza è per tutti. Come l’acqua, l’aria e la luce” – si legge a pagina 104. Si indica infine l’epicentro di riferimento culturale in Eurasia, per una “visione sapienziale derivata e liberata dalle antiche cornici della Cina e della Grecia per un globale orizzonte condiviso tra estremo Oriente ed estremo Occidente”. Bisogna citare, a questo punto, un passo dello studio di Amina Crisma [leggibile per esteso nella precedente introduzione] che definisce l’opera una “autobiografia intellettuale”:
     “Si disegna fin dall’incipit l’originale costruzione di questo libro, che si svolge interamente intorno a un centro che viene raramente tematizzato altrove, mentre invece abbondano le trattazioni riferite a un termine notissimo e ampiamente divulgato che vi è connesso, Tao/Dao: il principio Tai Chi (Taiji) enunciato nel titolo, ossia “il principio normativo o realtà ultima, che è insieme base e vertice dell’esistenza delle diecimila cose”, presente e operante nella realtà e al contempo cardine e cuore segreto di tutto un complesso di pratiche psicofisiche di coltivazione interiore, rappresentato nella letteratura della Cina antica come trave di colmo, e al tempo stesso come estremità. Come polo (rinvio in proposito alle limpide pagine che vi dedica Anne Cheng nella Storia del pensiero cinese). E tuttavia il volume si rifiuta di configurare un impianto codificato, un’analisi compilatoria ordinata, un’esposizione lineare, […] facendo ricorso “al linguaggio figurato, alle considerazioni trasversali, multidisciplinari, comparatistiche”, e a una fittissima trama di rinvii, di evocazioni, di citazioni, tratte da uno sterminato repertorio letterario, orientale e occidentale. Questa scelta stilistica ne fa, indubbiamente, un libro impervio, della cui difficoltà l’autore è consapevole, e che egli anzi rivendica esplicitamente, come necessaria distanza dal “lessico divulgativo di messaggi falsamente semplici, espliciti o subliminali, che inquina consumatori inconsapevoli”. […] Si tratta di un testo che, analogamente ai classici cinesi frequentati dall’autore, non si lascia catturare e descrivere da una lettura sequenziale, ma che credo convenga affrontare in un percorso, per così dire, a spirale, a zigzag, girovagando anche a ritroso, e cercando così di coglierne determinati motivi salienti e ricorrenti”.
     Marco Palladini, in una bella recensione sulla rivista “Malacoda” (anno IV, n.7, 2018), definisce l’opera di Mori “un libro summa da studiare e da meditare più che da leggere… un libro liquido” – per dirla alla Baumann – e dunque un libro sapienziale dove tutto fluisce, in una “straordinaria e felice ibridazione”. Un libro liquido, dunque, ma anche il libro dei libri di Mori, quasi un libro testamento – sia detto senza nessuna venatura lugubre (anzi, in un fuori dal tempo) – cresce su se stesso grazie a un continuo dialogo esegetico con altri testi, soprattutto quelli corrispondenti ad antiche tradizioni sapienziali cinesi (in un ideale onnicomprensivo di coltivazione di sé), alla luce di un orizzonte che definirei di universalismo pluralistico. Natura e cultura, bosco e libro, vengono ritrovati nelle opere di tanti compagni di strada, come nelle passeggiate con Dik, come nei due libri di Stefano Lanuzza – la raccolta poetica Il Bosco dell’essere (2000) e nel lungo saggio Il bosco, il mondo, il caos (2016) – a specchio della écriture poétique chinoise di François Cheng (1977). Mori sceglie di scrivere il proprio trattato di Poetica attraverso una miriade di rimandi, dentro un’immensa, perfino briosa semiosfera di rapporti, una rete di come se, che costruiscono una struttura polifonica ben orchestrata, per dare vita a un oggetto quasi concreto. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda di altre opere di Mori e di un’intera tradizione:
     “Nella modernità la poematica e l’estetica del principio Tai Chi e del suo simbolo sono state trasposte nel dominio delle arti plastiche e sono presenti in varie realizzazioni artistiche significative. L’opera di Umberto Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio (1913), rappresenta secondo Marco Venanzi, medico e maestro di Tai Chi Chuan, il dinamismo plastico d’un movimento fluido e potente, un continuum sintetico opposto ad una discontinuità analitica. Un perfetto uomo Tai Chi anche se Boccioni non poteva riconoscere questa corrispondenza. Yin-Yang, tavolino e sedia per l’ospite gradito (1996, Centro Pecci Prato) è un’opera di design che ho ispirato ad una poesia il cui testo lineare svanisce, e si concretizza in una sedia e in un tavolo costruiti con i grafemi degli S.O.S di migranti in fuga dalla guerra. La ‘O’ è il piano d’appoggio del tavolo, e le ‘SS’ divengono le strutture portanti della sedia ribaltabile, scegliendo tra il bianco Yang e il nero Yin”.
     Non resta che leggere questo libro, da gustare tutto d’un fiato o
per paragrafi qua e là, come una enciclopedia sapienziale portatile (in qualche modo simile all’Enciclopedia di Alberto Savinio). L’effetto è quello della messa a fuoco progressiva (è un peccato non seguire il filo d’Arianna che porta il lettore un po’a sorpresa dentro i viottoli di un labirinto volutamente centrifugo o, se volete, spiraloide). Molto suggestive e eloquenti le pagine dedicate all’ombra – il rovesciamento nell’ ombra; Il sorgere del tramonto; La maschera persuona; e Toccare l’ombra – nelle quali si rivelano le strategie, anche terapeutiche, di venire a patti con la propria parte oscura, integrandola, “imparando a ritirare o dilatare l’ombra del corpo e comunque a non esserne scissi”, riconoscendo i bioritmi dell’energia vitale (ma ci vuole tutto il tempo della vita di Massimo Mori, mi dico, per adeguarsi, ahimè). C’è sempre, però, la più facile strada indicata da Piero Ferrucci nel suo libro La Forza della gentilezza, che l’autore della Poematica del Principio fa interagire con ciò che nel testo sacro del Taoismo religioso è predicato (capitolo 67 del Tao Te Ching): “Ho solamente tre cose da insegnare: semplicità, pazienza, compassione”.

Ernestina Pellegrini
Letterature Comparate
Università di Firenze
Estratto dalla rivista ‘il Portolano’, n. 96-98, 2019