GRADIVA

International Journal
of Italian Poetry

Rivista internazionale
di poesia italiana
Number 57
Spring 2020

Luigi Fontanella

Vado leggendo quasi simultaneamente, saltabeccando qua e là, due enormi studi che, pur differenti per scrittura e approccio metodologico, hanno alcuni tratti tematici che si intersecano tra di loro. I due libri in questione sono Poematica del Principio di Massimo Mori (Edizioni Clichy, 2019) e Come libellule fra il vento e la quiete. Fluttuando tra Giappone e Occtdente di Paolo Lagazzi (La Vita Felice, 2019).
Devo qui dichiarare, augurandomi di non urtare la sensibilità dei due autori (sono cari amici di lunga data), che i miei interessi critici esulano sia da quelli di Lagazzi (nella sua veste di esperto di cultura nipponica), sia da quelli di Mori, studioso di olistica legata al Tai Chi Chuan e Chi Kung. Dell’amico e sodale Paolo sono ben note le molte e penetranti pagine da lui dedicate alla letteratura italiana – su tutte, quelle sulla poesia di Attilio Bertolucci, poeta del quale Lagazzi è stato ed è il massimo esegeta e il più appassionato sostenitore in Italia. E tuttavia mi chiedo: cos’è quel quid peculiare che questi libri, pur divaricati, condividono ogni tanto tra loro? Forse proprio la Poesia, ovvero la «voce, gesto e sguardo che la realizzano nell’oralità» (Mori) e, dall’altro lato, «l’etica del rispetto e il sentimento del sacro» (Lagazzi).
A questo occorre aggiungere la dimensione circolare che avvolge e “infesta” (in francese il verbo hanter in questo caso sarebbe davvero pregnante) le due antropologie culturali, distanti solo geograficamente, ossia quella orientale ( Giappone e Cina) e quella occidentale.
Scopo e spazio di questa rubrica, nonché le mie scarse conoscenze dei mondi orientali trattati dai due studiosi, non mi permettono di soffermarmi distesamente su questi due po(n)derosi volumi (oltre settecento pagine complessivamente), che tuttavia raccomando con calda ammirazione, augurandomi di non incappare in un loro “risentimento” che, come ho appena spiegato, non corrisponde affatto a una mia “negligenza” nelle loro appassionate ricerche.
Del volume di Mori, quanto alla poesia, consiglio in particolare i capitoli quarto e quinto, rispettivamente intitolati “Potenzialità pervasiva nel respiro della poesia” e “Silenzio nell’ombra profonda delle parole”. Molto appropriatamente Amina Crisma, in una delle due recensioni introduttive di questo variegatissimo studio, addita, dello stesso, il «fertile e plurale terreno di convergenze inedite, di spazi di conversazione e di sorprendenti interazioni da scoprire»; mentre nell’altra recensione introduttiva Ernestina Pellegrini lo definisce come «una enciclopedia sapienziale [ … ] che porta il lettore dentro i viottoli di un labirinto volutamente centrifugo o spiraloide». Del libro di Lagazzi mi hanno profondamente coinvolto i capitoli “Le vie dei poeti” e “Avventure Zen”. Letteralmente commoventi le pagine finali di “Bere il sakè a Shinjuku”, nelle quali Paolo raggiunge il massimo della grazia espressiva e della leggerezza emotiva, che la sua scrittura sanno intensamente effondere.